Raduno Harley Davidson HD110

Premessa

Siamo ancora in autunno e il mondo biker è già in fermento. Mancano otto mesi e più, eppure tutti cercano già hotel, alberghi, B&B e posti letto vari. Il forum (Ironeer, ormai inesistente), come per ogni evento degno di nota, ha già la sua lista di partecipanti e un utente coraggioso si è prodigato per trovare un’unica struttura capace di ospitare l’intera mandria. Tradotto in poche parole: eravamo già in atmosfera romana!

In quel periodo purtroppo non potevo prendermi l’impegno di un albergo; il lavoro che faccio può sembrare bello, ma a conti fatti non è niente di che. Uno dei lati negativi è proprio l’impossibilità di programmare con certezza ferie o permessi.

Passano i giorni e le settimane, e se ne parla sempre di più. Nell’ambiente motociclistico — tra siti internet, blog e riviste — tutti aspettano il fatidico metà giugno 2013. Tutti. Me compreso.

Per distrarmi installo un paio di modifiche alla moto, giusto per non perdere il vizio e assecondare la “scimmia”. Sposto le frecce e monto gli scarichi aperti, che poi dovrò parzialmente richiudere, visto che c’era da vergognarsi ad andare in giro con quella specie di elicottero a due ruote.

Passano altri giorni e altre settimane. Nei vari eventi a cui partecipo cominciano a vedersi sempre più insistenti i loghi Harley con il numerino magico 110… Su Facebook appaiono sempre più foto di moto e persone con quello stesso numero come cornice… e l’ansia cresce. Arriva la primavera e ancora non so se potrò partecipare, né come rimanere giù un paio di giorni. Pare ovvio che in giornata, parafrasando una nota citazione, questo matrimonio “non s’ha da fare”. Da Piacenza a Roma ci sono oltre 600 km… 1200 in giornata? Solo 13° Guerriero può farcela, e non a caso si è scelto il nick giusto.

La soluzione arriva sfogliando il solito catalogo del solito supermercato: tenda e campeggio. “Perché no?”, mi dico. Non sarò mica l’unico ad andarci in tenda. I biker sono spiriti liberi, avventurieri, cani sciolti… Decido di parlarne con mia moglie (santa donna con una pazienza infinita) che, superato lo sgomento iniziale, mi accompagna al Decathlon per acquistare il necessario da novello campeggiatore: tenda super economica, sacco a pelo super economico, materassino gonfiabile cinese e una lampada a LED. Spesa totale: 60 euro. “Meno di così non si può”, penso. Mi sbagliavo: c’è chi ha speso persino meno.

Passano le ore e i giorni. L’estate non sembra aver voglia di arrivare e ormai siamo a ridosso dell’evento. Nel forum sono già tutti pronti con le schiene comodamente adagiate sui materassi degli hotel. Di avventurieri campeggiatori, purtroppo, ce ne sono solo due: io e ciùpistons. Il mitico ciùpistons…

Prima della partenza

Mancano davvero una manciata di giorni. Nel forum siamo tutti elettrici. La discussione sui vari punti di ritrovo negli snodi autostradali cresce a vista d’occhio e in poche ore raccoglie decine di commenti. L’idea è raccogliere il maggior numero di biker lungo la strada. Chi viene da Cuneo, chi da Bergamo, chi da Brescia, chi dal Trentino… siamo a dozzine e mettersi d’accordo non è affatto facile.

A me viene persino l’idea di fare una maglietta commemorativa: scopiazzare il logo ufficiale del 110° e adattarlo con una scritta sotto. L’idea piace quasi a tutti e in poco tempo ne ho già una trentina in ordine. Per fortuna vengo aiutato da Bruja (Romina Maccari di Matelica) nella gestione dei contatti con il maglificio e da Ironmirko, che si presta come deposito logistico (portarmi in moto un pacco da 6 kg, oltre alla tenda e al bagaglio, era impensabile).

È tutto pronto. Ci siamo.

È mercoledì 12 giugno e di dormire, la sera, non se ne parla proprio. Avrò controllato il bagaglio almeno dieci volte. Sì, c’è tutto. Inutile ricontrollare… “Ma l’ho messo il nastro adesivo? Boh… fammi vedere… sì, c’è!”

Il giorno della partenza

La sveglia del giovedì mattina non fa nemmeno in tempo a suonare. Ero già in garage e, tanto per cambiare, controllavo il bagaglio. In fin dei conti non avevo mai fatto un viaggio così lungo con una tenda legata con gli elastici. Anzi, a dirla tutta, non ero mai andato in giro in moto per un weekend con una tendina, e per giunta tutto solo.

Ore 8:00: partenza. Destinazione Arezzo, passando per La Spezia. Decido infatti di spezzare il viaggio di andata in due giorni: il rendez-vous vero e proprio è venerdì mattina all’Autogrill Badia al Pino.

I primi chilometri li percorro teso come una corda di violino, ancora non credo a quello che sto facendo: sono in moto e sto andando a Roma, la Città Eterna, che ospita il più grande raduno europeo dell’anno e, forse, di tutti i tempi. Ne è passata di acqua sotto i ponti dai giorni in cui modificavo il Piaggio Sì! Sono così nervoso che non faccio altro che controllare il bagaglio con la coda dell’occhio: “Quel nastrino che svolazza cos’è? C’era anche prima? Fammi sentire qui se è tutto ok… forse se mi fermassi a controllare…”

Poi però un barlume di buonsenso mi colpisce e mi dico: “Chissenefrega, al peggio mi compro qualcosa a Roma, ci saranno dei negozi o no?!”

I chilometri scorrono e dopo averne fatti un centinaio, in piena Cisa, le moto… scusate, le Harley con targa straniera diventano sempre più frequenti. Gli autogrill brulicano di ogni tipo di esemplare da tutta Europa. Ho visto persino un gruppetto di Electra e Street Glide con la targa scritta in caratteri arabi.

Venerdì

Passato il giovedì, il venerdì mattina (da Arezzo) parto per l’Autogrill scelto per il ritrovo Ironeer. Badia al Pino è a un tiro di schioppo e ci arrivo in dieci minuti. Per primo, come spesso capita.

Nel giro di un’ora arrivano tutti. Nessuno manca all’appello e, dopo un rabbocco di benzina, ci si infila in autostrada alla volta dello spettacolo. Roma, arriviamo!

Rabbocco, sorso d’acqua e partenza. Rabbocco, sorso d’acqua e partenza… 200 km più a sud, all’uscita di Roma Nord, io e il mitico ciùpistons ci stacchiamo dal gruppo. Loro, quelli “comodi” (non me ne vogliate), vanno verso l’albergo. Noi invece puntiamo a ovest, direzione Fregene. Stefano ha il navigatore attaccato al manubrio e siamo in una botte di ferro… quasi… se non fosse per un piccolo particolare: ha le mappe aggiornate alle Guerre Puniche.

Io sul manubrio ho una videocamera cinese da due soldi che ha pensato bene di bruciarmi la memory card. Saluti e baci al video del viaggio.

Per vie traverse e dopo una serie infinita di violazioni al codice della strada, arriviamo finalmente al campeggio. Breve colloquio con la reception e inizia l’avventura. Stefano non aveva nemmeno tolto la tenda dalla busta del corriere, saltando a piedi pari il collaudo a casa.

Sono circa le 16:00, le tende sono state montate alla meno peggio e la tendina di fianco alle nostre, chiusa e senza moto accanto, ci incuriosisce sempre di più. Prima o poi faremo conoscenza con il nostro vicino di piazzola. Birre permettendo.

Visto che abbiamo tempo, decidiamo di metterci il costume e farci un tuffo in mare. “La spiaggia è qui a duecento metri”, ci dicono. Peccato non abbiano specificato che ognuno dei loro metri ne vale almeno tre o quattro reali… Senza contare il passaggio in un tratto selvaggio, un “Rio delle Amazzoni” ciociaro che al calar del sole dà sicuramente vita alle peggiori specie di zanzare conosciute. Per non parlare di un paio di “prosciutti”… ma quella è un’altra storia.

Il bagno nell’acqua gelida del Tirreno è come un percorso nella migliore SPA. Il calore e i chilometri patiti fino a lì vengono azzerati in un secondo: rigenerante.

Al ristorante

Arrivare al ristorante è stato come rivivere l’esperienza di Colombo con le tre caravelle: non si arrivava mai e non sapevamo dove andare. Tra Aurelia e GRA credo che abbiamo fatto almeno 100 km…

Poi però siamo arrivati. L’addetto al parcheggio, appena ci ha visti, ha alzato la sbarra per farci accomodare all’interno, nel parcheggio privato. Ogni volta che succede — cioè quando qualcuno riconosce le nostre moto e ci fa parcheggiare dove normalmente gli altri veicoli non possono (o non devono) andare — è sempre un’emozione. Roba da farfalle nello stomaco… Porca miseria, ho l’Harley e mi riservano sempre il posto!

La serata è piacevole e tra vecchi e nuovi amici le risate non si fanno attendere. Non so quanti fossimo alla fine, forse 50, forse 70… ma gli Ironeer sono sempre una garanzia di “serata riuscita”, ed è questo che ci rende grandi. Non siamo oppressi da regole non scritte, non siamo piegati a canoni o dogmi… siamo free, come la patch che portiamo dietro al gilet.

L’ho conosciuto, esiste davvero

Chi sono i motociclisti? Chi sono i biker? Com’è fatto un vero biker e da cosa si riconosce rispetto a uno finto?

Domande del genere non avranno mai una risposta univoca, perché ognuno di noi ha la propria visione della faccenda. Io, dal mio piccolo mondo a due ruote, posso dire di averne conosciuto uno vero.

Non è rasato, non è super-tatuato, non sfoggia braccia ricoperte di teschi o amenità varie, non ha la moto all’ultimo grido e non gli interessa seguire le modifiche dettate dalla massa. La sua moto l’ha modellata con le sue chiappe, non con il cacciavite o la chiave inglese (strumenti che usa solo per farci il tagliando). Le marmitte non devono per forza fare baccano: devono solo espellere i fumi della benzina bruciata. Si chiama Paolo ed è il tizio della tenda accanto alla nostra. Con Stefano (ciùpistons) l’avevamo soprannominato “il biker depresso“, ma dopo i primi minuti di chiacchierata capisci subito che di depresso non ha proprio nulla. È un solitario, non porta il gilet e si fa un gran pacco di affari suoi. Non segue i raduni per moda: lo fa solo per ascoltare buona musica o ritrovare vecchi amici con cui condividere una birra. Del resto, uno che la mattina del sabato ti offre un caffè fatto con la moka, mentre dall’iPhone risuona del jazz/blues, senza nemmeno sapere chi tu sia e regalando a Stefano la sua bandana del 110° appena comprata… la dice lunghissima.

Paolo, vorrei conoscerti meglio e, soprattutto, avrei dovuto conoscerti prima.

…ma alla fine?

Millecinquecento chilometri. Tre giorni in moto. Polvere. Birra… tanta birra. Caciara… tanta caciara. Bicilindrici elaborati all’estremo, manco fossero quadri di Van Gogh, ma soprattutto amici e compagni di viaggio. Il raduno europeo per il centodecimo anniversario della fondazione Harley è servito soprattutto a questo: rincontrare vecchi amici, farne di nuovi, stare insieme e divertirsi. Le moto erano tantissime — alcune testate hanno parlato di 200.000 presenze — ma io posso dirvi che ne ho viste davvero un centinaio, ed erano quelle dei compagni Ironeer. Fedeli e compagnoni come sempre… anche se parecchi sono andati a Frascati a fare i turisti. Ve possino…

E come dice Gemma: “Non ti preoccupare, dopo cinque minuti che stai vicino a un romano, cominci a parlare romano pure te”.

E poi, come non parlare di Stefano? Fino a venerdì mattina l’avevo visto al Run di Valdinievole soltanto per pochi minuti. Non potevo certo dire che fosse un vecchio amico, ma c’è stato subito un sintonia immediata, come se fossimo cresciuti insieme per poi ritrovarci all’ombra di un faggio in tenda. Un libro tutto da leggere e da ascoltare: le sue mille storie sono ricche di esperienze di vita. Mi è bastata quella del militare caduto nello scavo che fingeva di sparargli con un fucile invisibile! Stefano, ciùpistons, dove cavolo sei stato finora?

Stasera caricherò qualche foto, ma Dio solo sa quanto mi rode non aver fatto quella in spiaggia! Sarebbe stata la copertina perfetta per questo racconto.

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